martedì 14 luglio 2015

Pioggia.



Più di ogni altra cosa, lei desiderava la pioggia.
O meglio; ne ricercava lo scroscìo cadenzato in ogni cosa che il suo orecchio percepisse.
Il calmo lambire dell'acqua sugli edifici, sugli alberi smorzati da un lieve filo di vento; non proprio una tempesta, per quelle è necessaria la notte, ma una limpida pioggerella pomeridiana per dissetare l'anima inaridita dalla troppa luce.
Giacché la sua anima, della consistenza di un vivace alberello, della natura di una pietra lavica, abbisognava di un elemento diverso e al contempo di negativo.
Non nel senso comune del termine; semplicemente c'era necessità di "meno".
Meno luce, meno calore, più notte.
Ecco, per quella la tempesta è perfetta; intrappolati nei fantasmi dell'infanzia, la nostra anima si agita nella meraviglia del tuono fino a danzare in profondissimi incubi che altro non sono se non la più vivace delle espressioni di creatività.
Ma no, lei desiderava soltanto un po' di fresco per ristorarsi un poco, un attimo, affinché potesse fare l'amore in santa pace, senza fatiche mitologiche nell'incollare la propria bocca a quella dell'amato.

lunedì 16 marzo 2015

Tutti si salvano da soli.

Non sono io, la principessa da salvare.
Sono il drago che sputa fuoco sulla torre più alta del castello.
Non sono io, la principessa da corteggiare;
io sono la strega.
Quella che bruciò tre volte per salvare gli Dèi.
E nemmeno questo;
non principessa, non drago, non strega; una persona.
Ecco, mi dici, e mi guardi negli occhi.
Una persona, sono.
Una persona che si salva da sola, senza crucciarsi del mascara colato.
Porto una spada affilata, ma non ho paura di piangere.
Per quello, ho il mantello scuro; nasconde il mio volto alla luce, mi riconoscono solo gli Dèi.

martedì 2 settembre 2014

Cinque sensi.



Gli occhi si spostano dall'orizzonte. Le onde si infrangono,cadenzate, contro la muraglia di scogli bianchi; nella mia testa soltanto il fruscìo setoso dell'acqua, che diventa una cantilena fino a cullare i pensieri più ascosi, invincibili, aspri.
Allora, un ricordo flebile, di una luce sfoltita dal tempo: odori e ricordi fusi nella mia bocca, come sapori incastonati nella lingua, riemergono dalla superficie salina dell'acqua. Tutto riprende corpo.
Allora basterà chiudere il palmo a pugno intorno a quell'incorporea immagine che danza sull'acqua, fino a soffocarla contro la carne bruciante; basterà coglierla, afferrarla, osservarne un attimo gli ultimi singulti e poi gettarla lontano, come un sasso.
Come se la vita fosse un gioco infantile di rimozione.
Lo faccio.
L'ho fatto.
La mia bocca si stringe intorno alla lingua; dentro di me, il sapore del sangue.
Copre gli addii,i rifiuti, le porte chiuse alle mie spalle.
Copre le attese, i silenzi, l'incomparabile amarezza del rifiuto.
Ecco che da sola mi elevo, senza lode, senza la medaglia d'oro di chi viene salvato dall'amore; esco dal circolo vizioso dei suoi occhi, del suo odore, della sua bocca che mai mi è appartenuta.
Quella bocca in cui il mio sapore si è confuso ad altri cento comprati al mercato per pochi soldi, o conquistati con un'occhiata fugace ed un sottofondo allegro.
Io non fui mai niente di tutto questo.
[io sono un acquarello, io mi dissolvo]
L'amarezza si interrompe, il mio dado si lancia; traccia un cerchio scomposto e poi si ferma. Nuova direzione.
Mi elimino dai giochi; scendo dal podio in cui ho ricoperto soltanto degli infami secondi posti.
Adesso la mia lingua guizza intorno ad altre parole morbide, invitanti, le ripete ben scandite; poche, povere ma essenziali.
Sono braccia a cui stringersi nel vento, nelle quali ripararsi nella tormenta; sono braccia generose.
Guardo avanti, indietro; nessuno baratta uno scheletro per della carne rosea, palpitante.
Il passato non fa più male, di colpo.
La porta si chiude alle mie spalle, un tonfo sordo, unico; i gemiti di scuse patetiche, infantili, inventate, si perdono nella brezza marina.
Le scale sono illuminate, i miei piedi danzano fino all'ultimo gradino: è mattina.
Sono ancora in tempo per qualsiasi cosa.
Sono ancora in tempo per ridere, guardando il tuo nome sul campanello, e suonarti e fuggire come un bambino fino a sfumare la mia corsa e la mia risata nella distanza.

lunedì 25 agosto 2014

Poema Parolibero al mio Amante che torna da sua moglie.



"Verrà la morte e avrà i tuoi occhi"

Rimarrò come soggetta ad incantamento, a penzolare nella caverna ombrosa dell'oblio, legata ai tuoi occhi.
Allora mi divincolerò, come Lucifero da Dio, sprofondando a testa in giù, conficcandomi in un inferno senza pari dove chiunque sottostarrà alla mia bellezza sublimatasi in malvagità.
E tu, Dio, dipenderai dal mio capriccio; ruberò le anime a te care, ma con poco riscatto. Rimango comunque il diavolo, perdente, conficcato nella terra, fra i vermi.
Incosciente cadavere.
Incredulo burattino.
Nelle tue mani.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
E il mio amore sarà solo una spada per raggiungere meglio la pelle nervosa.
I tuoi occhi osserveranno compiaciuti il mio precipitare.

Perché sono un'assenza vincolata ad un ricordo, mon amour, e non sono abbastanza per abbandonare la vecchia strada; né troppo bella, né troppo tenera.
Lei ti scopa meglio, mio diletto?
I vostri muggiti amorosi rimbombano nella mia piccola testolina di deficiente.
Sono deficiente di grazia, ingegno, ma non di dolore.
I ciottoli della strada precedente giacciono immobili; tutto rimane com'è.
Come se fossimo andati in America rimanendo comodamente appigliati al divano.
E fottitene della mia disperazione, davvero; mi sento una cagna magra e lamentosa, con i seni svuotati.
Sii felice, mon amour, mein Liebe, Carlotta sopravvive a Werther, ai patetismi.

Nessuno vuole l'amore, al giorno d'oggi.
Verrà la morte e io sono un acquarello, mi dissolvo.

"Lei è tutta là.
Per te con maestria fu fusa e fu colata,
per te forgiata fin dalla tua infanzia,
con le tue cento biglie predilette fu costrutta.

Lei è sempre stata là, mio caro.
Infatti è deliziosa.
Fuochi d’artificio in un febbraio uggioso
e concreta come pentola di ghisa.

Diciamocelo, sono stata di passaggio.
Un lusso. Una scialuppa rosso fuoco nella cala.
Mi svolazzano i capelli dal finestrino.
Son fumo, cozze fuori stagione.

Lei è molto di più. Lei ti è dovuta,
t’incrementa le crescite usuali e tropicali.
Questo non è un esperimento. Lei è tutta armonia.
S’occupa lei dei remi e degli scalmi del canotto,

ha messo fiorellini sul davanzale a colazione,
s’è seduta a tornire stoviglie a mezzogiorno,
ha esposto tre bambini al plenilunio,
tre puttini disegnati da Michelangelo,

l’ha fatto a gambe spalancate
nei mesi faticosi alla cappella.
Se dai un’occhiata, i bambini sono lassù
sospesi alla volta come delicati palloncini.

Lei li ha anche portati a nanna dopo cena,
e loro tutt’e tre a testa bassa,
piccati sulle gambette, lamentosi e riluttanti,
e la sua faccia avvampa neniando il loro
poco sonno.

Ti restituisco il cuore.
Ti do libero accesso:

al fusibile che in lei rabbiosamente pulsa,
alla cagna che in lei tramesta nella sozzura,
e alla sua ferita sepolta
- alla sepoltura viva della sua piccola ferita rossa -

al pallido bagliore tremolante sotto le costole,
al marinaio sbronzo in aspettativa nel polso
sinistro,
alle sue ginocchia materne, alle calze,
alla giarrettiera – per il richiamo -

lo strano richiamo
quando annaspi tra braccia e poppe
e dai uno strattone al suo nastro arancione
rispondendo al richiamo, lo strano richiamo.

Lei è così nuda, è unica.
È la somma di te e dei tuoi sogni.
Montala come un monumento, gradino per gradino.
lei è solida.

Quanto a me, io sono un acquerello.
Mi dissolvo."

Anne Sexton

venerdì 9 maggio 2014

Malaise.

 


Su di un muro campeggia una scritta:

"IL MALESSERE E' FRA DI NOI".

E mentre le pagine del giornale vengono sfogliate in fretta in cerca di un fatto che giustifichi la scritta, il malessere mi si aggrappa alle pareti della gola come un fischio che risale dalle viscere.

Scorgo l'epidemia nascente fra le facce assorte degli ambulanti, nelle mani, un po' più lente, di una madre col suo bambino; nei loro occhi, soltanto un luccichio lontano, un'eco del passato. Poi il buio roboante della malattia, del malessere.
E deve essere molto, che aleggia, se siamo tutti morti senza rendercene conto.
Come statue, ci inseriamo nelle strade sporche, lasciando che il cielo ci annerisca la pelle, e il sole disintegri l'ultima ombra di un'opera scultorea di qualche creatore divino.

giovedì 8 maggio 2014

Senza mani.



Alla fine di tutto ciò, il dettaglio che mi rappresenta; una parvenza di personalità millantata che va ad infrangersi contro una pesante muraglia.
Ecco, chi sono, chi ero.
Un mattone scalfito, un rudere antico; sono un sito archeologico i cui passi sono scavati nella consistenza spessa del dolore.
Mi accovaccio a terra, fino a sfiorare la punta dei miei piedi: posso tuffarmi all'indietro, in un mare d'ignoto e lontananza dove i vostri richiami d'uccello, i vostri concerti di puttane e saltimbanchi, si perdano e riducano ad una polvere di suono...
Fino al silenzio.
Benedetto silenzio, banchetta sulle vostre voci.
Un giorno scoprirete di avere fra le mani un pugnale insanguinato.
Sulla lama lucida, le mie parole; sangue doloroso, velenoso, di serpente.

domenica 4 maggio 2014

Cleopatra e l'Aspide.



Spalanca la tua bocca
sulla mia pelle
bianca

Macchiandola di vizio,
indicibili segreti,
prodigi crepuscolari;

Mentre il corpo si adagia:
piuma, foglia, maschera,
incatenato per sangue, o passione,
ad un filo che pende
dalle tue labbra,
o Dio
invincibile,
casto e corrotto,
Serpente.

A te rendo i giorni felici,
gli amori crepati come ossa antiche,
la bellezza dolciastra
dei fiori marci,
dei miei seni.

E tu, spalanca le tue fauci sulla tristezza,
sull'avvenire,
distruggi e mantieni;
mio amante prezioso,
il più fortunato;
a te spetta il corpo della Cleopatra più bella.